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Il sole sorge ancora a BAGHDAD... I sistemi politici comparati Colonizzazione e decolonizzazione
Storie di sofferenze... e non solo INTER 2010!: CAMPIONI DEL MONDO!!!!
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Giuseppe Tuzzolo

Giuseppe Tuzzolo

CONSIDERAZIONI FINALI

Anche chi ne ha contestato l’azione e l’operato, non ha potuto esimersi dal riconoscere a Pertini meriti nel campo dell’obiettività storica e delle verità inconfutabili:

1) "innanzitutto alquanto notevole fu il coraggio fisico;

2) evidente pure l’ostinata e mai incrinata coerenza del suo convincimento antifascista che certo lo differenzia da vari politici i quali in questi anni ricoprono o hanno ricoperto posti di potere e che in epoche più remote furono invischiati nel fascismo fino al collo ed anche a notevoli livelli;

3) «Vir calliditatis acerrimae fuit» (che però non sempre diresse a fini esemplari);

4) mai fu invischiato in scandali, tangenti e peculato che i «mass-media» ormai ci propinano con cronica frequenza;

5) fu il primo presidente della repubblica a rendere omaggio, oltremare, ai caduti della infausta e perduta guerra;

6) non sollecitò né conseguì la discutibile promozione agli alti gradi della M.M. che altri politici accettarono volentieri, anche se mai prestarono servizio militare e malgrado trattisi di balorda legge fascista che però tutt’ora solletica le ambizioni ed il compiacimento degli antifascisti;

7) talvolta seppe essere anticonformista, anche a ragione;

8) fu spesso sincero, anche per impulso della sua emotività;

9) complessivamente fu alieno da meschinità”.

Pur vivendo nella società dell’omologazione, dell’appiattimento, della massificazione, del conformismo dei costumi e delle immagini, la sua eccezionalità di uomo ha illuminato la storia del secolo appena trascorso.

Durante gli anni della sua presidenza, scandita dalla più cieca violenza, che non conobbe precedenti nella storia della Repubblica, pianse, nel “suo pellegrinaggio di uomo del dolore”, lacrime amare e rabbiose in tutte le contrade d’Italia, piccole e grandi, famose e non, su tanti onesti servitori di questo Paese, vittime di un terrore indiscriminato; abbracciò, al suo cuore intriso di tante sofferenze, madri, mogli e figli inconsolabili, orfani di un film dell’orrore, divenuto per tanti, forse per troppi, cruda realtà.

Nelle sue virtù, nelle sue doti, nella sua esemplarità, tutti ci siamo ritrovati. Magari l’uomo vede e finisce con l’ammirare nell’altro quello che invano riesce a trovare in se stesso. Fu lo specchio di chiara luce per tanti che trovarono nel suo esempio la forza della vita, il desiderio di farcela, la parola di speranza da pronunciare sempre e comunque.

Lui, invecchiato dal trascorrere degli anni, esile, un po’ curvo, pronto a portare la croce di tutti, carico di tutto quello che è macigno insopportabile per chiunque altro, senza mai dare la sensazione del cedimento, anche quando le circostanze più amare lo uccidevano dentro, seppe diffondere amore ed intransigenza, fermezza e comprensione, plausi e richiami.

La rettitudine e la coerenza ne hanno fatto un campione di autentica libertà, quella che, spesso, si fa fatica a ritrovare perché inghiottita da forme illiberali di prevaricazione e di sopraffazione.

Ma fu anche e soprattutto l’uomo delle istituzioni, rappresentate dai giuristi con penetranti elaborazioni a livello manualistico, ma destinate a confrontarsi con la realtà nei suoi aspetti antropomorfici.

Cessò di essere uomo di parte quando le istituzioni lo elevarono al soglio di presidente della Camera prima e di presidente della Repubblica poi.

“Intendo essere solo il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia”, proclamò al Parlamento all’indomani dell’elezione a Capo dello Stato.

Mai promessa fu tanto scrupolosamente adempiuta. Mai atto di umiltà alla propria coscienza di combattente di parte fu così tanto esaudita. Mai verità tanto vera fu così gridata, con tanta forza, nel massimo tempio delle istituzioni democratiche.

Il suo impareggiabile intuito politico, unitamente all’innato, istintivo candore, frutto della chiarezza e della certezza delle proprie idee, lo decretarono nemico giurato dell’ipocrisia, del perbenismo, del fariseismo più prosaico.

Non amava avere nemici, ma non si doleva di averne quando in gioco c’era la sua incrollabile dignità di uomo.

L’esperienza della lotta irriducibile per la libertà, vissuta nel carcere ed al confino, lo forgiò a tal punto da non temer alcunché dal machiavellismo e dalla falsità che puntualmente ostacolarono il suo cammino.

La sua formazione, il suo temperamento, la natura stessa delle esperienze vissute, lo resero allergico alle seduzioni delle controversie ideologiche ed alle alchimie politiche che ne vengono di conseguenza.

Fu un uomo di fatti, mirò sempre alla sostanza delle cose, non si fece mai ammaliare dalle forme senza seguito che non danno costrutto.

Se di Pertini, Capo dello Stato, si è abbondantemente parlato, con tutte le implicazioni di natura giuridico-istituzionali conseguenti, sottolineando la caratura dell’uomo di diritto, sempre ligio al dovere impostogli dal dettato costituzionale, interpretando la norma nel senso di darle sempre il significato più consono alle esigenze del Paese, iniettandole nuova linfa per sviluppi futuri, bisognosi di rinnovata crescita, connessa alle esigenze dei tempi, va detto come la nascita della Repubblica, trentacinque anni prima della sua presidenza, lunga, tormentata, segnata da una guerra fratricida, da errori, da mancanze, ma anche da coraggio, forza, riscossa,da scatti d’orgoglio, abbia avuto in Sandro Pertini, nel suo esempio, nella sua opera, la sua più eloquente testimonianza.

“Anche negli ultimi anni, come senatore di diritto, ha offerto un esempio mirabile di dedizione alle istituzioni, di semplicità e di modestia. Ha partecipato a tutte le sedute importanti di Palazzo Madama, ogni volta che le forze fisiche lo permettevano e anche oltre quella soglia.

“Convinto sempre che il Parlamento e la fede nel Parlamento, costituissero il riparo a tutte le ingiustizie, il rimedio a tutti i malanni. E alieno, per convinzioni e per cultura, da quelle forme di irrazionalismo che hanno devastato il nostro secolo.

“Credente sempre nell’Italia della ragione, cioè della tolleranza, del rispetto dell’uno per l’altro, del colloquio e della persuasione. Valori che egli, laico, sentiva legati a una profonda radice cristiana, comuni al mondo laico e al mondo cristiano, nel loro intrecciarsi e nel loro costante convivere e cooperare.

“Ha continuato a credere nella politica come missione, secondo la lezione imparata sui banchi delle scuole dell’Italia giolittiana. Da grande lettore e ammiratore di Leopardi, non dimenticava che «la morale è una scienza morta, se la politica non cospira con lei e non la fa regnare nella nazione»”.

Grande comunicatore, Pertini mise in evidenza, anche in occasioni inevitabilmente ufficiali, una forte immediatezza e, al tempo stesso, un respiro consapevole e misurato che conferivano alle sue parole il carattere di un messaggio prestigioso. Nessun Capo dello Stato o uomo politico italiano ha conosciuto all’estero una popolarità paragonabile, e ciò nelle sedi più diverse. Ricevette lauree honoris causa nelle più prestigiose università, divenne accademico di Francia, fu costantemente ricercato dagli organi di informazione stranieri. Con lui l’immagine dell’Italia nel mondo migliorò.

Di uomini di tal genere l’Italia di oggi ne avrebbe ancora bisogno, ma la speranza è che il suo modo di concepire e di praticare l’onestà morale, materiale ed intellettuale del proprio vivere sia di monito e di esempio per le generazioni cui il calendario della vita conferirà l’incarico di governare questo Paese.