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Giuseppe Tuzzolo

Giuseppe Tuzzolo
L'alba della democrazia tra diritto e storia

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RECENSIONI

trimestrale di cultura politica BEHEMOTH, fasc. 3-4  - Luglio-Dicembre 2006

     Nei tipi delle Edizioni della Vela - con la prefazione di Giampaolo Boccaccini - è stato pubblicato il saggio di Giuseppe Tuzzolo, qui recensito, sul periodo compreso tra l'instaurazione del regno del sud e il referendum istituzionale, che segnò il passaggio cruciale dalla monarchia alla repubblica, - tuttora oggetto d'interesse sia per il profilo storico sia per quello giuridico-istituzionale.
     L'autore ritiene - e giustamente - che questa fase importante della storia italiana non abbia avuto i connotati di un evento rivoluzionario. A tale riguardo, egli scrive: " Muovendo dal regime costituzionale fondato sullo Statuto di Carlo Alberto che, a giudizio di tutta la dottrina, rappresentava una costituzione elastica, sempre suscettibile di modifiche attraverso le ordinarie forme legislative e con il consenso ( parliamo di consenso formale, che è il solo che interessi il giurista ) così della dinastia che del popolo, attraverso gli organi da questo espressi in forza di legge ed attraverso la partecipazione di tutto il corpo elettorale ad un referendum, si è compiuto il passaggio dalla monarchia alla repubblica. "
     Tuzzolo coglie esattamente il senso profondo del cambiamento politico che avvenne. A mio modo di vedere, il mutamento è stato possibile in modo non rivoluzionario perché l'ordinamento statutario non era configurabile proprio come una monarchia pura; il principio monarchico e quello democratico coesistevano fin dagli inizi: il Re era tale oltre che " per grazia di Dio ", anche per " volontà della Nazione ". Sicché il processo di affermazione del principio democratico ha rimesso in discussione il patto tra popolo e monarchia  e ha dato luogo ad un progressivo e definitivo superamento di quello monarchico. Ciò spiega gli elementi di continuità e di discontinuità tra l'ordinamento statutario e quello repubblicano.
     In realtà, la ragione del mutamento, ché determinò il superamento dell'ordinamento statutario, fu la decisione politica fondamentale in favore del principio democratico preso dal popolo - organizzato nei partiti politici ricostituiti e presenti nei Comitati di Liberazione Nazionale come organi di fatto, - e accettata dalla monarchia che, con il Decreto Legge Luogotenenziale n° 151 del 25 giugno 1944, nell'art. 1, - convertito, poi, in legge con l'entrata in vigore della costituzione repubblicana - consacrò l'appartenenza al popolo medesimo del potere costituente originario, quale fonte dell'ordinamento da instaurare.
     La chiave di lettura proposta consente di capire tutto il corso degli avvenimenti, le rotture della legalità statutaria che si sono verificate  e di spiegare in termini di effettività - che, come giustamente afferma Pietro Piovani, illustre allievo di Giuseppe Capograssi, assurge a una nuova regola di legittimità - il mutamento della forma istituzionale.
     In questo quadro, è degna d'interesse l'attenzione di Tuzzolo per i Comitati di Liberazione Nazionale e il loro rapporto contrastato con la monarchia, per la Luogotenenza Generale del Re - certamente anomala rispetto alle altre pubblicazioni di quell'istituito dal 1848 al 1915 -, istituita con il R.D. 5 giugno 1944, n° 140 , successivamente alla dichiarazione del 12 aprile, con la quale il sovrano rendeva nota la decisione definitiva e irrevocabile di ritirarsi a vita privata, per consentire la formazione di un ministero politico per il quale i partiti consideravano un ostacolo la permanenza in carica della persona del Re.
     L'attenzione nei riguardi della notevole diversità di posizioni all'interno del C.L.N.  - quella liberaldemocratica e quella democratico-popolare, propria dei partiti socialista e comunista, - getta indubbiamente una luce chiarificatrice sulle prospettive politiche radicalmente antitetiche che hanno caratterizzato, poi, - talvolta in modo drammatico - la successiva vita politica e istituzionale dell'Italia repubblicana.
     In conclusione, il saggio di Tuzzolo è un utile contributo chiarificatore su un passaggio fondamentale della storia politica e istituzionale italiana, che - a mio modo di vedere - consente di riflettere sul condizionamento determinante del principio di effettività su quello di legittimità.

 

Marco Mangiabene

 


venerdì 24 novembre 2006

Prof. Gian Franco  Lami della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma.

Un libro importante e convincente, quello di Giuseppe Tuzzolo, che ci fa strada nel segmento di storia procedente "dal Regno del Sud al referendum istituzionale (1943-1946)" e ci mette a disposizione l'attrezzatura idonea e sufficiente a leggere uno dei momenti più drammatici del nostro tempo. Non si tratta infatti della consueta cronologia degli eventi, che segnarono la transizione politica dalla caduta di Mussolini all'età della costituzione repubblicana, né del tentativo di gettare "nuova luce" su tale cronologia, ormai ampiamente illuminata, puntando sull'effetto di qualche ultimissima "rivelazione", contenuta in questo o quel documento "segreto". E' invece una lettura, avviata con saggia curiosità, sul terreno dei provvedimenti legislativi e degli accordi ufficiali, in grazia dei quali gli avvenimenti presero quella direzione, che permise poi alle cose di realizzarsi come in buona sostanza le conosciamo. Tuzzolo sembrerebbe volerci dare una lezione di realismo. Non gli dispiace puntualizzare su certi scontri dottrinari, assai vivi in un momento d'immaginabili incertezze, tanto giuridiche, quanto ideologiche. Né manca di fare intravedere le alternative possibili a certe situazioni di fatto, che poi legittimarono la situazione storica e ridussero la fluidità delle circostanze, nell'occasione così e così venutesi a determinare. Ma il suo scopo principale si dimostra subito con il tentativo di cogliere, in modo ragionato e dalla prospettiva giuspubblicistica, quegli aspetti decisionali di assoluta rilevanza e destinati a ordinare i fatti in senso non-solo cronologico. E la preoccupazione dell'Autore pare rivolgersi alla ricerca di quel percorso, che segnerebbe l'ipotesi di una continuità sostanziale - addirittura formale - della costituzione del popolo italiano, a onta dell'accidente sabaudo, dell'accidente fascista, dell'accidente "referendario". L'attenzione si punta in particolare sul periodo della "luogotenenza", sul breve regno di Umberto II e sul significato altamente politico di certi suoi decreti legislativi. Parimenti, sono confrontati senza passioni e senza prevenzioni di sorta i dati documentali del "rapporto" tra Comitati di Liberazione Nazionale e Governo "centrale", con il risultato di rendere più agevole la partecipazione del lettore al coacervo di posizioni, che premevano per giungere all'identificazione di un nuovo principio unitario dell'Italia, in uscita dalla stretta del Fascismo. Il testo, agile ed essenziale, è insomma una buona guida, per chi ha l'intenzione di fare i primi passi, alla riscoperta delle nostre origini repubblicane. Ed è di conforto per chi pensa di poter individuare, nella storia della nostra esperienza di popolo, il contributo al processo di democratizzazione che contraddistingue l'Occidente cristiano.


2004      2005

«L’alba della democrazia
tra diritto e storia»

     Tra le più recenti provvide iniziative di «Agorà» va annoverata quella di aver organizzato la presentazione del volume di Giuseppe Tuzzolo «L’alba della democrazia tra diritto e storia», a distanza di alcuni anni dalla presentazione de «L’ ultima notte del fascismo tra diritto e storia», dello stesso autore e sempre per i tipi delle Edizioni Della Vela.
     Durante l’approfondito e vivace dibattito sono emerse, su iniziativa degli oratori o sollecitazione del pubblico intervenuto, varie problematiche di ampio respiro e sicuro interesse.
     L’autore ha inaugurato un filone metodologico innovativo e stimolante; come emerge dalla prefazione della seconda monografia, si applica l'«angolo visuale, originale e felice nello stesso tempo, che consiste nel valutare gli avvenimenti storici esaminati anche, e per certi versi soprattutto, sotto l’aspetto giuridico... Sembra senz’altro di dover consentire con Tuzzolo nella sua reiterata determinazione di applicare il metodo giuridico ad un periodo per il quale la semplice descrizione degli eventi, seppure attenta, minuziosa e accompagnata da approfondimenti, non può non risultare che un contributo parziale e riduttivo all’indagine scientifica».
     Ma, ciò posto, non possono non sorgere domande dalla non agevole risposta; a monte di tutto, e quindi ancor prima della fase storica che va dal Regnò del Sud al referendum istituzionale, ovvero all’inizio del periodo di transizione che origina con la caduta del fascismo, si attua un’autodissoluzione del regime che si concretizza con l’ordine del giorno Grandi, ovvero assume rilievo decisivo il ruolo del sovrano che si appella all’unico articolo dello statuto albertino ancora in vigore in ordine al potere esecutivo? E ancora; quanto va privilegiato l'angolo di lettura giuridico senza rischiare di cadere in quel formalismo giuridico che è non solo una deformazione ma la negazione stessa del vero diritto? E se si prende in considerazione, anche se solo come ipotesi di lavoro, l’eventualità che gli esiti ufficiali del referendum istituzionale non coincidano con il reale responso numerico alle urne, non si rischia di scivolare nel relativismo giuridico, a fronte del fatto che i risultati stessi risultano certificati da un responso della suprema Corte di Cassazione?
     L’appassionato dibattito ha avuto l’aspetto largamente positivo di cercare delle risposte esaurienti, di porre, ai di là della passione politica, dei punti fermi e di fissare dei paletti sostanzialmente condivisibili; e, in conclusione, lo scopo si può dire raggiunto.
     Si può infatti affermare che il Gran Consiglio del fascismo ha determinato la caduta del regime, ma che un intervento del sovrano era comunque necessitante, ai sensi della normativa vigente, per la revoca di Mussolini e per la nomina del successore; si può parimenti concludere che alla decisione della suprema Corte va attribuito carattere di ufficialità e va tributata generale accettazione; e si deve aggiungere che risposte a simili ed altre domande si possono dare solo avendo a fronte un referente normativo da assumere come parametro.
     Ed anche grazie all’utilizzo di un tale referente l’Italia è riuscita a veicolare e traghettare se stessa durante la fase di transizione; certo non senza traumi (sarebbe stato impossibile), ma con la progressiva consapevolezza, convinzione e determinazione di star percorrendo una strada che avrebbe condotto all’approccio auspicato.

Giampaolo Boccaccini
 


Del passato vi può essere memoria
non progetto per l'avvenire

     Si deve all’impegno del carissimo amico Lucio Miranda, presidente dell‘Associazione Agorà. la riapertura di un dibattito di notevole spessore civile e culturale sulle vicende dell’Italia dal ‘43 al ‘46. Posizioni politiche diverse ed anche opposte sono state rappresentate nella discussione sulla ricerca del prof. Tuzzolo in un quadro di regole, consistenti nella libera e civile espressione del proprio punto di vista e nell’ascolto delle ragioni dell’altro che i dibattiti promossi da Agorà hanno sempre rispettato.
     Ci auguriamo che l’iniziativa di Agorà prosegua e si apra una stagione di riflessione e di studio nella nella nostra città su quegli anni che hanno visto sorgere l‘Italia democratica nella quale viviamo e della quale tutti, a destra come a sinistra, mi auguro, vogliamo il progresso come Paese civile e moderno nell‘Europa unita.
     Occorre stabilire un filo conduttore che colleghi l’esperienza delle vecchie generazioni alle aspettative e alle speranze dei giovani e in questa direzione si presenta a noi un compito essenziale: custodire e tramandare la memoria storica. Ma si rende necessaria una precisazione: custodire e tramandare non significa prestarsi ad opera di bellettistica storiografia, nell‘intento di «pacificare» il Paese. La pacificazione è nel superamento della condizione di conflitto. non nell‘oscuramento delle ragioni che resero allora necessario il conflitto, e per riferirci concretamente alla situazione italiana, l‘invocazione di una «memoria condivisa» non può tradursi in realtà, per la semplice constatazione che memoria si ha dei fatti e nei fatti le posizioni e l’agire dei soggetti sono stati diversi. La memoria non può superare questo dato di partenza. Memoria «condivisa» non vi può essere tra il carnefice e la vittima dell‘Olocausto. Ma memoria «condivisa» non vi può essere per le vittime, a diverso titolo, della violenza, del fanatismo, dell‘odio ideologico o religioso. Un esempio: la memoria di quanti italiani furono uccisi nelle «foibe» ad opera delle forze comuniste jugoslave non è la stessa di quella delle vittime della repressione operata in Jugoslavia dalle truppe di occupazione nazifasciste.
     Significa questo insistere sull‘odio e sulla divisione permanente degli animi? No. Al contrario respingere come ipocrita e deviante il tentativo di rendere «condivisa» la memoria è una condizione necessaria, a mio parere, per rendere condivisibile il presente. Ma il presente e reso condivisibile dai valori e dai principi dell‘ordinamento costituzionale e dalle leggi che da esso promanano, un ordinamento democratico che a tutti garantisce l‘esercizio dei diritti riconosciuti, ma esige nello stesso tempo da parte di tutti la leale accettazione di quei principi e di quei valori che sono posti a base della nostra democrazia. Vi siano pure memorie «divise», si sviluppi nello stesso tempo la ricerca storica e fervano il dibattito culturale e il confronto in sede storiografica, ma quando dalla libera discussione e dal doveroso rispetto che ad ognuno si deve per il proprio dolore si passa alla politica, è allora che necessariamente s’impone una scelta diversa.
     A tal proposito richiamo quello che è stato chiamato «The buildinig of a Nation», l‘esempio della democrazia americana. E a tutti nota la tragica vicenda della Guerra di Secessione che divise in due quella grande nazione. Il Sud contro ml Nord, Il Nord vinse, ma la sua vittoria fu fondante della democrazia americana: la storia ha in seguito mostrato come, di fronte alle dure prove di due guerre mondiali. gli americani del Nord come del Sud si sono sentiti cittadini degli Stati Uniti, pienamente leali nei confronti della loro democrazia.
     E‘ vero, anche in Italia i principi di libertà e di democrazia sono stati affermati nel corso di una lotta contro il fascismo e questo è verità storica, ma lo Stato fondato su quei principi dà modo anche a coloro che combatterono dall’altra parte di partecipare alla vita civile e politica di questo Paese, senza discriminazione, sì, con la loro «memoria», ma con un impegno nuovo, il dovere di rispettare la Costituzione, di operare lealmente entro il quadro democratico.
     Ormai la stragrande maggioranza di coloro che ebbero responsabilità politiche o comunque parteciparono attivamente al regime fascista non è più, ma il valore politico e civile del «patriottismo costituzionale», si rende ancor più evidente per quanti non vissero la drammatica esperienza dell’Italia del 1943-46. Se la Costituzione del ‘48 è stata lo scudo della libertà e della convivenza civile tra gli italiani per oltre mezzo secolo, è chiaro che lo è stata perché era condivisa, questa si, dal popolo italiano, era diventata quela «patto sociale» che si rinnova ogni giorno nella vita di una nazione.
     Anche coloro che nella storia del fascismo ritengono di individuare motivi di dignità e ad esso riportano esperienze personali o familiari o di corpo, devono riconoscere che la pagina del fascismo fu allora, nel ‘45, definitivamente chiusa, e che un’altra pagina, quella dell’Italia democratica fu aperta con la Costituzione del ‘48. Il passato deve essere definitivamente sepolto, di esso vi può essere «memoria», non progetto per l’avvenire.

Angelo Rossi
 


La forza della moderazione:
alle origini della nuova Italia

     La puntuale ricostruzione procedurale e documentale che il prof. Giuseppe Tuzzolo ha riversato nel suo ultimo lavoro «L’alba della democrazia», pubblicato dalle foggiane «Edizioni della Vela», ha fornito l’occasione di riconsiderare la situazione critica che gli italiani hanno dovuto affrontare nel contrastato e arduo passaggio dal «Regno del Sud» alla neonata Repubblica. Lo scenario storico evocato tanto sul piano giuridico che su quello più stringentemente politico, non è complesso solo per la variegata diversità e la densità numerica dei tanti protagonisti entrati in campo, ma è reso ancor più arduo dalle implicazioni etiche, ideologiche e culturali che conseguono allorché si considerino quelle vicende dolorose del triennio 1943/46, che a giusta ragione è sentito come fondativo dell’Italia della recuperata democrazia.
     Il patto socio-politico stretto allora, per tanti aspetti, è ancora oggi quello effettuale e sostanziale dei nostri giorni, il che conferma la validità e vitalità permanente di quelle difficili scelte storiche operate appunto nel periodo studiato da Tuzzolo.
     Sono trascorsi ben sessanta anni da quel cruciale triennio che ha visto tramontare la dinastia sabauda dopo la sua irrimediabile compromissione con la dittatura fascista, mentre nasceva e si consolidava, di converso, una dialettica pluralistica tra le ricomposte forze animatrici del nuovo scenario democratico-repubblicano. Si profilava un contesto partitico non scevro da contrasti anche furiosi, segnato pure da tatticismi furbeschi e da calcoli anche, in qualche caso, personalistici ed egoistici, ma pure, a vicenda conclusa, le luci di gran lunga sopravanzano le ombre.
     Bene o male, la classe politica del tempo, fosse di provenienza pre fascista o di più recente militanza, ha saputo far prevalere le ragioni del dialogo, dell’incontro, della collaborazione, del compromesso giocato nell’armonizzazione di condivise istanze etico-culturali, nel tripudio di rocciose rivendicazioni di scelte identitarie irrefutabili e incomprimibili.
     Tali dinamiche proprie di una cultura della costante mediazione gradualista, hanno innervato di sé la Costituzione repubblicana così da farla sentire «carta comune» di partecipata e solida appartenenza nazionale, civile e socio-morale, vero fondamento concertato della rinnovata comunità politica.
     Un risultato di tale consistenza storica che ancor oggi, pur nelle sopraggiunte modifiche costituzionali, mantiene le sue fondative connotazioni, ragioni e capacità di convérgenze aggregative, tali da interrelare le forze politiche di oggi all’interno di un comune quadro istituzionale e valoriale che è ancora sostanzialmente quello del 1948. A rivendicar merito di questa solidità di lunga durata del nostro quadro costituzionale, oggi sono un po’ tutti gli interpreti dell’agone politico contemporaneo.
     Forse che Berlusconi non reclama la sua discendenza da Sturzo, Einaudi e De Gasperi, o che professioni di cultura democratica, se non proprio liberale, son declamate pure da qualche esponente di forze politiche che nel triennio 43/46 auspicavano approdi rivoluzionari ben diversi da quelli conseguiti fortunatamente dalla neonata Italia repubblicana, all'interno della comunità dell’occidente parlamentare, pluralistico e liberal-democratico?
     Se oggi questa convergenza da destra, come da centro, come da sinistra sui condivisi principi costituzionali di libertà, eguaglianza, partecipazione, pluralismo, promozione sociale, solidarietà interclassista e internazionale, vocazione europeista, costituisce quel «sentire comune» che fonda la polis, prima e al di là delle singole opzioni partitiche, lo si deve ai nostri padri maturati dalle prove della guerra, della Resistenza e del secondo dopoguerra.
     E se qualche titolo di paternità costituzionale, a più giusta ragione qualcuno ha da rivendicare, non sarà fuori posto considerare la tradizione di quel moderatismo riformatore che tanta parte aveva già avuto nella storia dell’Italia unita, prima che la traumatica esperienza fascista non avesse a segnare i suoi giorni.
     Un moderatismo non pigro, non conservatore ma di schietta tempra riformatrice e liberale, rinvigorito e rinfrancato nel secondo dopoguerra, dall’incontro leale e operoso con il gradualismo fattivo del riformismo cattolico serenamente e laicamente equilibrato quale quello degasperiano, scevro da massimalistiche suggestioni neoguelfe. Dalla collaborazione feconda e fiduciosa tra i custodi delle memorie laicorisorgimentali e gli interpreti del popolarismo «cattolico-liberale» vennero poste le basi per una concertazione non intimidita e subalterna con quelle forze resistenziali più avventurosamente disposte a scenari aperti all’utopia di radicalismi tanto arditi quanto problematici.
     Ne è sortita una Costituzione repubblicana a schietta impostazione personalistica e comunitaria, in cui si sono interconnesse le ragioni della libertà dei singoli come dei diritti e delle aspirazioni delle comunità sociali di base, in un sistema di garanzie istituzionali così dinamicamente aperte alla promozione progressiva di più ampi contesti di vita democratica, da riuscire a guadare la stagione della guerra fredda, come del disgelo, della caduta del Muro, e tali da non apparire inutili né superate di fronte alla nuova scena della globalizzazione multipolare.
     Da qui il debito di perdurante riconoscenza memore che dobbiamo soprattutto ai Croce, Einaudi, Corbino, De Gasperi, Bettiol, Leone non meno che ai Dossetti, La Pira, Calamandrei e Terracini.

Graziano Infante

 


 

Periodico bimestrale fondato nel 1865, "Scena Illustrata"
settembre-ottobre 2005

L'alba della democrazia tra diritto e storia - Dal Regno del Sud al referendum istituzionale (1943-1946) di Giuseppe Tuzzolo, prosecuzione cronologica e metodologica de L'ultima notte del fascismo tra diritto e storia dello stesso autore, è un libro per quanti, appassionati di storia e di diritto, intendono riflettere sulle tappe che portarono l' Italia al mutamento della sua forma di Stato. Gli eventi che seguirono alla caduta del regime fascista fino al referendum del 2 giugno 1946, che decretò la fine della Monarchia, sono ripercorsi, nella loro complessità, in chiave giuridico-istituzionale.
L'autore, infatti, evidenziando da un lato la confusione e i limiti propri della difficile transizione, dall'altro il contributo che il periodo della luogotenenza, dei Comitati di Liberazione Nazionale diedero alla costruzione della nuova Italia, pone al lettore interessanti interrogativi: quanto dello Statuto Albertino è ancora rimasto in vigore una volta caduto il fascismo? Il sovrano ha utilizzato correttamente gli articoli ancora sopravvissuti? Possono ritenersi costituzionalmente corrette le vicende che hanno condotto alla nomina di Badoglio? E' legittima la nomina di Umberto II di Savoia come luogotenente del Regno? Che fondamento giuridico hanno i decreti legislativi luogotenziali del governo successivi a quello del 25 giugno 1944? Qual è la natura giuridica del Comitato di Liberazione Nazionale ( fu un organismo rappresentativo della volontà popolare o un organo clandestino e illecito?).
La ratio della scelta metodologica di analisi giuridico-istituzionale degli eventi, è chiarita dallo stesso autore nella premessa al libro: "Il nostro intendimento sarà (...) restare lontani, il più possibile, dal confronto politico, maestro di polemiche e diversità, ma mai generatore di una riflessione pacata e ragionata. L'analisi giuridica, invece, che rientra a pieno titolo a pietra di paragone da elevare a dibattito e confronto con la ricerca storica, costituirà la più esaustiva, onesta e completa chiave di lettura del nostro recente passato democratico". Le ultime pagine del libro racchiudono la cronologia essenziale che va dall'8 settembre 1943 al 2 giugno 1946 e una ricca bibliografia di autorevoli storici e giuristi quali Calamandrei, Caretti, De Siervo, Di Nolfo, Labriola, Mortati, Sandulli.

Elvira Sessa

 


articoli
Incontro organizzato da Agorà
07/12/2005
Nel corso di un incontro organizzato dall´associazione culturale Agorà, il prof. Giuseppe Tuzzolo, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell´Università di Firenze, ha presentato il suo ultimo libro, dal titolo: “L´alba della democrazia, tra diritto e storia”.
Riceviamo dalla pubblicista Antonietta Pistone, che ringraziamo, un articolo che volentieri pubblichiamo.


Il Prof. Giuseppe Tuzzolo ha presentato il suo ultimo libro dal titolo “L´alba della democrazia tra diritto e storia” presso la Sala Rosa del Palazzetto dell´Arte di Foggia. L´incontro è stato organizzato dall´Associazione culturale Agorà, con il patrocinio dell´Assessorato alla cultura del Comune di Foggia. La serata è stata introdotta dall´Avvocato Lucio Miranda, Presidente dell´Associazione culturale omonima, che ha citato l´opera precedente di Tuzzolo “L´ultima notte del fascismo tra diritto e storia”. La novità del contributo proposto da Tuzzolo alla ricostruzione degli avvenimenti storici è nel prospettare una ricerca che prenda avvio dall´analisi puntuale del diritto scritto dell´epoca considerata. Il Professor Boccaccini, titolare della cattedra di Storia del Diritto, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell´Università di Firenze, autore della prefazione del libro di Tuzzolo, ritiene innovativa la ricognizione storica dell´autore operata a partire dalla situazione giuridica del tempo rispetto al metodo tradizionale del fare storia. Secondo gli intenti esplicitati dal Tuzzolo è il diritto a dettare le leggi alla storia, quando i fatti umani cominciano a travalicare i limiti della legalità. Al momento della caduta di Mussolini era ancora in vigore lo Statuto Albertino del 1848. Lo stesso Vittorio Emanuele III destituisce il Duce utilizzando un articolo dello statuto medesimo. L´Italia, intesa come società civile, esce dalla crisi determinata dalla dittatura proprio grazie al diritto scritto. Anche a parere dell´Onorevole Agostinacchio l´originalità di Tuzzolo è nel porre attenzione al diritto nella ricostruzione storica degli avvenimenti di cui parla nei suoi libri. Negli anni 1943-1946 il Monarca cerca la sua legittimazione e il suo consenso nell´opinione pubblica. Proprio a Bari si discusse della necessità di istituire un governo alternativo a Badoglio (diretta emanazione del monarca), che fosse espressione di un compromesso con i comitati politici. Nel giugno del ´44 il luogotenente assumeva l´impegno di eleggere l´Assemblea costituente, che avrebbe dovuto garantire un nuovo governo all´Italia, in vista di un superamento definitivo dello Statuto Albertino. A Maggio Umberto da luogotenente diventa re, non più monarca. Il suo governo aveva potere legislativo ed esecutivo. Il Professor Infante, Preside del Liceo Polivalente Carolina Poerio di Foggia, sostiene sulla scia di Croce che la storia non è un tribunale. La ricostruzione storiografica non ha come obiettivo il giudizio. Essa è giustificazione, non giustiziera. Una monarchia che si fondava sul consenso del popolo, al suo epilogo, ha cercato nel diritto una possibile giustificazione per continuare ad esistere e ad operare in quanto tale. L´Onorevole Rossi esprime apprezzamento per il tentativo di conferire alla ricostruzione storica una fondazione documentaria di tipo giuridico. Il Paese transita negli anni dal ´43 al ´46 dalla Monarchia alla Repubblica; da un ordinamento fascista ad uno democratico. Il cammino verso la democrazia si conclude nel 1948, con la Carta Costituzionale. I valori della libertà, della democrazia, della convivenza pacifica, della solidarietà sociale e civile sono a fondamento del nuovo ordinamento popolare, nato dal suffragio universale del ´46, cui hanno preso parte anche le donne. Conclude Tuzzolo, sostenendo che fu proprio la consultazione elettorale di massa, che nel referendum istituzionale vide, per la prima volta, la partecipazione di tutto il popolo italiano, senza discriminazioni di tipo sessuale, a consegnare il Paese alla storia della democrazia. Perciò il Diritto detta le regole alla Storia, quando questa comincia a travalicarne i confini…
…Nella persona umana, mi piace aggiungere, che il Diritto, in quanto mera astrazione, non può assolutamente arrogarsi la pretesa di superare. La Democrazia è un´arma potente nelle mani del popolo, che affida all´uomo una grande responsabilità. Il Diritto scritto sancisce il presupposto ed il fondamento di ogni stato moderno e democratico, garantendone la legittimazione politica. La sua fonte è stata e resta comunque la persona umana, fatta di carne e sangue, di fame e lavoro, di bisogni e di storia, che è prassi e svolgimento dialettico, esercizio delle scelte politiche, che prima di essere consacrate nella legge scritta, si formano nella volontà della gente, e si rendono evidenti nei comportamenti collettivi condivisi. Ciò che il popolo italiano non ha saputo né potuto perdonare a Mussolini è stata la scelta di affiancare la Germania nazista di Hitler in una guerra che si pensava, erroneamente, già decisa in partenza. Che, invece, affamò la popolazione, portando il Paese alla rovina. E questo, gli italiani non lo perdonarono nemmeno all´istituto monarchico, che aveva voluto e sostenuto l´ascesa del Duce.

Antonietta Pistone