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Giuseppe Tuzzolo

Giuseppe Tuzzolo
L'ultima notte del fascismo tra diritto e storia

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RECENSIONI

Nuova pagina 1

Relazione del Prof. Fabio Bertini,

Docente di Storia Contemporanea c/o il Corso di Laurea in Scienze Politiche - Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" dell'Università degli Studi di Firenze

tenuta in occasione della presentazione del libro a Chianciano terme, domenica 20 ottobre 2002

 

   È difficilissimo dar conto della ricchezza di problemi e di riferimenti che questo libro propone al lettore su un periodo tanto travagliato e difficile della storia italiana. Sarebbe già difficile discutere di quel periodo, in sé, sul piano propriamente storico, per la complessità che riveste la vicenda italiana di un Paese in guerra, di un regime giunto al colmo di una crisi già intrapresa da tempo, di una monarchia entrata in crisi con la fine stessa dello Stato liberale, di una economia in ginocchio, in un quadro di demoralizzazione generalizzata e poi di ciò che segue al 25 luglio, sul piano dei rapporti tra un paese vinto, i vincitori, gli alleati scomodi che divengono in corso d'opera i nemici.

   Diviene naturalmente ben più arduo seguire l'autore nel sapiente e nello stesso tempo intelligente addentrarsi nella materia giuridica. E va detto subito che questo addentrarsi nella materia giuridica, per quanto fatto con una sintassi tipica della materia, non stanca il lettore e non l'annoia perché compiuto con agilità espositiva, che spesso si traduce anche in capacità narrativa. Niente dunque di semplificato o semplicistico, ma un'ottima capacità di illustrazione, di analisi, una sorta di istruttoria condotta in modo pacato e serrato, con l'onestà intellettuale di non anteporre il giudizio politico e di parte - qualsiasi essa possa essere - all'argomentazione ed all'esposizione della dottrina che, a consuntivo, risulta veramente copiosa.

   Pure, il libro, per quanto sia dichiaratamente e appassionatamente un contributo all'analisi delle questioni giuridiche, non rinuncia ad essere anche un libro di storia. Anche su questo piano, la ricostruzione di alcuni passaggi fondamentali - cito per tutti le vicende avvenute tra il 24 e il 25 luglio, le vicende del corto e del lungo armistizio, le ultime ore di Mussolini e dei gerarchi, sono poste con la medesima onestà ed esposte sul piano storico - ricostruttivo, contribuendo ad un richiamo a quegli storici che, troppo spesso, compiono un percorso inverso, applicando agli avvenimenti una sorta di filtro ideologico che li deforma e ne rende impossibile alle generazioni che non ne hanno avuto memoria diretta o familiare la lettura.

   Tra gli altri pregi, il libro ha quello di far comprendere la straordinaria identità di un tempo capace di imporre profondi e rapidi cambiamenti nelle coordinate del vivere civile, in quanto metteva a fuoco una serie di carenze sul piano normativo, giuridico e istituzionale, facendo della guerra una vera e propria cesura. Si pensi, ad esempio, alla difficoltà con cui dovettero essere messe a punto le regole per la definizione delle città aperte, quasi caso per caso, senza risultati completi e soddisfacenti, nonostante che vi fossero ormai trattati dalla fine dell'Ottocento e, specialmente, dal 1918-20 circa, così che Atene, Il Cairo, Roma, Firenze, Bologna, Assisi, Chieti, e così via, furono casi tutti difficili e tutti precariamente e non completamente affrontati.

   In questo insieme di "emergenze" rientrano tutti i problemi esaminati tanto sapientemente da Tuzzolo, dietro ai quali si può individuare, per la gran parte, l'approdo di precedenti carenze, come se il legislatore o il costituzionalista non potesse prevedere gli enormi problemi che quella guerra epocale avrebbe fato venire a maturazione per un corpo malato. Così, il primo problema che egli pone sulla natura del 25 luglio, sul fatto se si tratti di colpo di stato o di procedura sostanzialmente statutaria, per quanto alterata dalla difficoltà di un momento tanto atipico, rappresenta forse meglio di ogni altro la sintesi di una problematica risalente all'origine stesso dello Statuto. "Fu colpo di stato?" - si chiede Tuzzolo, cominciando ad esaminare la natura dell'ordine del giorno Grandi, la sua omogeneità giuridica, la natura istituzionale del Gran Consiglio, di cui ricostruisce genesi e attribuzioni. E va efficacemente al cuore del problema, quando esamina il rapporto triangolare Corona - Capo del Governo - Gran Consiglio. Un insieme denso di problemi, perché tale da implicare il nucleo fondamentale di quello che fu un delicatissimo rapporto di potere tra il fascismo la monarchia che, da potere di garanzia dello Stato liberale, si era trasformata in potere di garanzia di un Presidente del Consiglio imposto violentemente al Paese e al Parlamento e della successiva trasformazione in regime. Tale da implicare il senso storico dello Statuto, sul quale si era dibattuto storicamente la battaglia concettuale e politica più rilevante di tutta la storia dell'istituzione liberale italiana, se si pensa alla scelta costituzionale compiuta nel Regno di Sardegna, quando la prassi aveva imposto un rapporto tra Corona, Governo e Parlamento diverso da quello che in origine individuava lo Statuto Albertino, alterando sensibilmente l'equilibrio delle prerogative parlamentari a favore di quelle parlamentari rispetto a quelle regie. Il confronto su quell'equilibrio, nelle ricorrenti tensioni subalpine, nel riaccendersi del problema specialmente a fine Ottocento, attraverso l'orientamento crispino,  il "Torniamo allo Statuto di Sonnino", l'attacco al Parlamento compiuto a più riprese da Umberto I, di Rudinì e Pelloux, sfociava appunto nel colpo di stato di Mussolini e in quello che era oggettivamente un recupero delle prerogative regie, per quanto avallate poi da un voto di fiducia della Camera.

   Tuzzolo mostra come, con la vicenda del 25 luglio una delle più importanti linee della storia italiana venisse a maturazione, e ne illustra la contestualizzazione nelle ore e nei giorni del 25 luglio, quando il recupero delle prerogative regie divenne soprattutto scelta politica da parte di un Re che aveva sostanzialmente abdicato alle scelte politiche il 28 ottobre, aveva mancato di farne di ancora più importanti dopo il delitto Matteotti e si trovava ora ad un bivio. "Revoca dei poteri di governo". Fu questo giuridicamente l'atto del Re, come mostra con grande chiarezza l'autore, con corredo di elementi fattuale e di valutazioni giuridiche, illustrando la novità costituzionale che si compiva per la prima volta (ma Tuzzolo illustra anche un precedente Minghetti del 1864), e ne valuta l'efficacia nel rendere l'atto che si andava a compiere con la nomina di Badoglio a  Capo del Governo legittimo anche nella sua straordinarietà, nella violazione di alcune regole formali, nella non completa inappuntabilità di tutto ciò che si compì. A dimostrazione che, in definitiva, lo strumento dello Statuto dimostrava in quel frangente di possedere una sua singolare vitalità, sicuramente superiore a quella dell'organismo che l'aveva generato nel 1848, nonostante i guasti che aveva prodotto il ventennio precedente, non soltanto mettendone a prova o violandone la sostanza in più punti, e segnatamente in quelli attinenti all'equilbrio dei poteri, ma anteponendogli, di fatto in una maniera che non è forse stata mai colta in tutta la sua pienezza, quella sorta di premessa costituzionale, di quadro dei princìpi, che fu dal 1927, nell'intenzione del fascismo, e sicuramente almeno nell'intenzione del fascismo sindacale e strenuamente corporativo, la Carta del Lavoro.

   Tuzzolo dunque opera un'analisi di fondo, e continua su questo piano analizzando le tappe seguenti della vicenda storico - giuridico - istituzionale. Esamina la legittimità del conferimento dei poteri a Badoglio da parte del Re, anche qui bilanciando le carenze giuridiche con lo stato di necessità, giudicando a giusta ragione legittima la caduta degli organismi istituzionali fascisti, ed ancor più opportuna sul piano politico interno ed esterno, come condizione fondamentale per riproporre un'immagine "morale e politica" confacente alla ricerca di una via di salvezza nazionale, per quanto fosse evidente a mio giudizio il fondamentale riequilibrio delle alleanze politiche e sociali che, a mio giudizio, a partire almeno dal 19 di luglio, giorno del primo bombardamento di Roma, aveva catalizzato assai probabilmente un fronte tra la Corona, il Vaticano e quella parte del fascismo che aveva optato per la liquidazione di Mussolini.

   È evidente comunque che la legittimità del governo Badoglio, postulata efficacemente da Tuzzolo, costituisce un elemento importante anche ai fini della discussione sul successivo punto fondamentale della legittimità degli atti e delle funzioni svolte intorno all'armistizio corto di Cassibile del 3 settembre e all'armistizio lungo di Malta, del 29 settembre. Discussione articolata e appassionante, ricostruita con grande originalità, che, dapprima intorno ai poteri del povero generale Castellano, poi intorno agli stessi poteri di Badoglio, impegna il libro anche in una dettagliata ed esemplare ricostruzione degli avvenimenti.

   È certamente impossibile - e lo si comprende bene dalle modalità stesse con cui Tuzzolo presenta i suoi materiali - prescindere dall'elemento predominate su tutto l'insieme di problemi, dalle firme, alle conseguenze immediate, al rapporto che, automaticamente, veniva a porsi tra l'Italia in ginocchio e le Nazioni Unite Alleate, prescindere cioè dal carattere di urgenza e di emergenza cui il vinto era sottoposto, a cominciare da due elementi fondamentali: il potenziale bellico aereo dell'interlocutore, che aveva colpito in maniera strategicamente esemplare, in maniera "politica" le città italiane, da Torino, a Genova, a Napoli, alla stessa Roma, come si è detto, suscitando il formidabile appello di civiltà di Pio XII; l'urgenza di tener conto delle scelte tedesche sicuramente impegnate a coprire, ad ogni costo, il rifluire delle loro truppe sulla linea difensiva a sud di Roma e dunque al controllo in primo luogo delle comunicazioni stradali e ferroviarie.

   Non v'è dubbio che fossero quelle le coordinate fondamentali, che si traducevano di fatto, nel predisporsi di un preciso scenario bellico intorno a quello che l'autore definisce uno scenario secondario, ma non ininfluente, quale fu quello italiano, sul quale, in fondo, gli alleati cominciarono presto a giocare un esperimento assai difficile, e sul quale in fondo non erano neppure totalmente concordi, quello di far convivere le esigenze del controllo territoriale, militare e strategico, con quelle di una ripresa della vita amministrativa democratica, gradualmente alimentata e indirizzata, ma non priva di spazi "italiani". Anche in questo caso, Tuzzolo si sofferma sui fondamenti giuridici, ponendosi la domanda se i poteri della AMG si collocassero all'interno dei limiti derivanti dal principio giuridico dell'occupazione bellica, ma finisce - secondo me - per proporre una valutazione che è anche politica, nel riconoscimento che, se vi fu violazione di quei limiti giuridici e se vi fu violazione forte del Governo di Brindisi, vi furono pur sempre spazi di esercizio e  - io direi - di crescita, nelle condizioni in cui si trovava un popolo privato del libero esercizio di libertà fondamentali per un ventennio.

   Ma è anche questa una tappa, oltre la quale Tuzzolo propone l'intrigante analisi sull'identità istituzionale, ma io direi anche politica della Repubblica di Salò, o della Repubblica Sociale Italiana, come elegantemente egli stesso distingue. Egli tocca così un tema che, da qualche anno, è venuto con grande forza all'attenzione della storiografia. E non parlo di quelle discussioni che trovo deprimenti in quanto attengono ai bisogni attuali della politica, convinto che la storia non abbia bisogno altro che di comprendere a fondo i fenomeni per comprendere il presente e non di avere lumi dal presente per dare definizioni sul passato.

   Mi riferisco allo studio serio su un periodo e su problemi di grande rilevanza storica, sui quali appunto si era avuto in quel senso scarsi contributi, come quello di Deakin dei primi anni sessanta, poi di Collotti, poi ancora di Klinkhammer, Pavone, Ganapini, e naturalmente l'ultimo volume di Renzo De Felice, il postumo Mussolini. L'alleato. La guerra civile, e qualche altra cosa ancora. L'argomento è pregnante, in sé, naturalmente, e lo si comprende più di tutto, forse, proprio pensando al lungo silenzio che l'ha interessato, al di là delle memorie, delle indirette valutazioni delle opere sulla Resistenza. È pregnante in quanto ha notevole rilievo in relazione agli studi sul fascismo, impensabili a mio avviso senza un'analisi di quel biennio, in cui emersero, per la specificità di quella repubblica, tensioni e pulsioni interne al fascismo che così messe a fuoco aiutano a comprendere la complessità estrema di tutto il ventennio. È pregnante perché, se valutata insieme alle vicende dell'Italia liberata ed al farsi ed operare del movimento di Liberazione è un capitolo di grande importanza della storia d'Italia. È pregnante perché, mai come in una fase tanto complessa e di drammatiche contrapposizioni come quella, sarebbe possibile trarre spunti di analisi per la comprensione dell'identità italiana, ed uso il termine in senso affermativo e positivo.

   Tuzzolo lavora a fondo e bene sull'argomento, sempre privilegiando il punto di vista giuridico, ma non rinunciando alla storia. Esamina la natura giuridica della Repubblica Sociale, ponendosi il dubbio se si trattasse di governo legittimo o di governo di fatto, cosa non semplice a comprendere davanti ad un regime che ebbe suoi organi ufficiali, molte volte in continuità con la situazione preesistente, che portò con sé pezzi dello Stato, del parastato, del mondo sindacale e professionale, che ebbe ministeri e organismi amministrativi, una "Gazzetta ufficiale" e addirittura una propria produzione cinematografica, oltre a un esercito composto anche da ex militari del Regio Esercito, e che provò perfino a darsi una Carta di tipo costituzionale.

   Ma era un regime nato in netta rottura con lo Statuto, come dice Tuzzolo "senza investitura", un governo di fatto, appunto, che traeva la sua sovranità dalla forza e che finiva per avere qualche elemento di ordinamento giuridico. Se un piccolo appunto è lecito fare a Tuzzolo, mi sento di farlo su questo, ma corrisponde anche all'oggettiva necessità di aderire allo strumento di valutazione giuridica dei problemi che pone fuori del gioco quello che fu politicamente l'elemento politico più rilevante con cui dovette misurarsi quella repubblica. L'elemento Germania (cui peraltro egli non manca di accennare) che, proprio in quanto la Repubblica di Salò ne costituì la fondamentale copertura giuridica, compare necessariamente poco nell'articolazione teoretica che fu di gran lunga dominante, e non soltanto sul piano  militare, ma soprattutto appunto sul piano amministrativo e politico. Basterebbe pensare, ad esempio al fatto che l'Italia del Centro e del Nord conobbe una recrudescenza della persecuzione antisemita che, per quanto insita nella cultura fascista dai primi anni di potere, per quanto ufficialmente entrata nella cultura con il Manifesto della razza e poi nell'ordinamento con le leggi del 1938, per quanto irrigidita con le disposizioni degli anni di guerra, non aveva assunto il carattere sterminatore che ebbe allora. E basterebbe pensare anche  alla defatigante lotta quotidiana di un Ministro come quello repubblichino dell'Agricoltura, Moroni, per ottenere l'elemosina di qualche camion per trasportare vettovaglie, sprezzantemente e ironicamente elusa sistematicamente dalle autorità tedesche. E non parlo del resto, della regìa delle stragi e così via.

   Al di là di questo, il problema giuridico della repubblica è analizzato a fondo, compreso quell'atto tremendamente lesivo del diritto che fu la fucilazione dei gerarchi a Verona, di cui Tuzzolo illustra con grande maestria le fondamentali contraddizioni, dall'impiego di una normativa giuridica appartenente al Governo legittimo del Paese, e dunque estranea alla Repubblica Sociale, all'applicazione retroattiva di norme giuridiche, ad altri palesi fattori di incongruità.

   Questione questa che trova un pendant nell'esecuzione di Mussolini e dei gerarchi, ricostruita ampiamente da Tuzzolo anche sul piano storico, nei rapporti tra il CLNAI, i suoi commissari, il famoso Valerio, nel difficile equilibrio tra rappresentanza e delega che legava il Governo del Sud e il CLNAI, anch'essa colta nelle sue principali contraddizioni che furono anche e prima di tutto contraddizioni politiche, nei giorni terribili e del 25 aprile, comprese le ore ancor più terribili dell'esposizione dei cadaveri e del dileggio a Piazzale Loreto.